L’imbrattacarte, ovvero la mia ossessione

Al momento mi sfugge chi disse “Ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo”, tuttavia si può dire che tale frase è stata la colonna portante, la lampadina accesa, che mi ha portato ad aprire questo (ennesimo) blog. Da aggiungere poi all’impasto le idee del mio migliore amico, a volte assai strampalate, ed eccomi qui, a cercare di mettere nero su bianco il problema che per un paio di decenni ha afflitto me e il mio portafogli: la mania per tutto ciò che riguarda la cancelleria, corredato a volte da un “lieve” disturbo ossessivo compulsivo.

Se dovessi cercare una data di inizio a tutto questo direi più o meno l’inizio dell’età scolare. Ricordo la mia prima scatola di colori a matita, ovviamente rigorosamente da 36. Ricordo che il supermercato dove li comprai era ancora Coop (poi trasformato il Gs che poi sarebbe diventato Carrefour) la marca era Koh-I-Noor e li adoravo. Di quella scatola, e della successiva, ho ancora qualche rimasuglio. No ok, c’ho ancora un bel po’ di rimasugli di quella scatola, ma si sa, a 9 anni quante sfumature di grigio e marrone vuoi usare per colorare un cavolo di disegno???
Tuttavia, adesso che sto mettendo tutto per iscritto, ricordo che la mia prima scatola non è stata quella da 36, che credo arrivò in 4a o 5a elementare, ma una di quelle della Clementoni. Erano matite corte e tozze e mi piacevano tanto perché erano di quelle a forma rettangolare. Fino a qualche tempo fa credo che una di quelle, di un simpatico colore rosa, girasse ancora per i miei cassetti strapieni di roba che è troppo bella per essere usata.

Da quel periodo in poi è stato l’inizio della fine. Trascorsi le medie con la fissazione delle penne colorate gel piene di glitter e puzzolenti come poche. Puzzavano talmente tanto di chimico che non escludo fossero prodotte con gli scarti di qualche grossa industria del ramo chimico. Poi, calcolando che allora un solo colore era da sfigati, il quaderno arrivava ad essere una sorta di scoria radioattiva con vita propria. Se si entrava nel suo raggio olfattivo, il mal di testa era assicurato per la settimana successiva.

Al liceo, almeno nei primi anni, mi sono data una calmata. Fondi molto limitati e un desiderio minimo di vita sociale assorbivano tutto quello che poteva essere speso come cancelleria, quindi iniziò il periodo del “non compro nulla e cerco di usare quello che ho”. Ovviamente ogni buon proposito ha avuto vita breve; verso la fine del liceo ho ricominciato a comprare la qualunque.
Tuttavia è stato all’università il vero boom. Lì ho cominciato la ricerca della penna perfetta. I miei canoni, di oggi come di allora, sono: inchiostro nero, ma proprio nero, bello intenso e non sbiadito tendente al grigio scuro, buona scorrevolezza sul foglio, ovviamente senza sbavature e una punta relativamente sottile (questa particolare caratteristica però varia a seconda dell’umore).
A quei tempi ero fissata di voler iniziare e finire un quaderno con la stessa penna, quindi puntualmente avevo un miliardo di penne nell’astuccio, ognuna dedicata a una o più materie, tra cui una o due penne scrause che usavo per gli appunti “di brutta”, ovvero quelli che venivano fuori seguendo la lezione.
Con l’università è anche arrivata la fissazione per i quaderni e i fogli. Si può dire che effettivamente maturai perché, anche se tardiva, giunsi alla conclusione che anche la base che anche la base su cui si scrive influisce sulla qualità del tratto della penna.
Sì, avevo praticamente scoperto l’acqua calda!
Da lì è stata una ricerca assidua del quaderno perfetto per gli appunti e la giusta penna da abbinarci. Va da se che ora mi trovo con una scorta di quaderni talmente ampia da poter stare tranquilla fino alla maturità dei nipoti di 4 generazione.
Nello stesso periodo arrivò Tiger in Italia…il vero inizio della fine e credo non solo per me.

E’ ora che questo sproloquio giunga al termine. Vi basti sapere che scherzando il mio BBF (Nda: Best Friend Forevah – sì è scritto sbagliato di proposito) mi ha proposto di aprire un blog solo ed esclusivamente di recensioni e “studi” sulla qualità della cancelleria, le mie impressioni sulla qualità della carta dei Moleskine. Ora, da leggere non sembra una scena tanto divertente, ma avendola vissuta vi giuro che è stata esilarante: il tono da caricatura di critico d’arte intellettualoide che sembrava stesse parlando di un Picasso o di un Rembrant, quando invece stava parlando della risma di carta acquistata dal cinese sotto casa.
Spero le mie accuratissime recensioni sulla grammatura della carta del cinese possa entusiasmarvi quanto entusiasmerà me scriverle.
Detto ciò vi auguro il benvenuto nella mia tana da scribacchina mancata.

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