Storie: La musica della vita

Do, mi, sol, do, sol, mi, do. Così cominciò a compormi il musicista povero in canna ma brillante. Quando finalmente pose l’ultima stanghetta e l’ultima pausa rimase ad osservarmi per ore intere, sognando ad occhi aperti e riflettendo sul nome da mettermi. “Allegro ma non troppo non è un nome degno di un grande spartito” pensava il musicista, tuttavia questo nome mi rimase addosso per molti anni da quel giorno.

Arrivai ad essere suonato in teatri grandi e famosi solo anni dopo. Fu una serata memorabile: le mani del pianista non avevano fatto in tempo a staccarsi dalla tastiera che il pubblico applaudiva e chiedeva a gran voce il bis. Purtroppo questo successo il mio autore non lo ha mai visto. Pochi mesi dopo la mia composizione si ammalò gravemente e morì poco dopo, solo.

Quando il fratello venne a prendere tutti i suoi averi, donò ogni spartito o pentagramma con su scritta anche una singola nota alla scuola di musica che lo aveva formato. Ne furono contenti e dispiaciuti allo stesso tempo. Contenti perché riconobbero la bravura e l’eccellenza, che lo aveva caratterizzato fin da quando studiava, e tristi perché un tale talento era andato sprecato vista la morte prematura.

Rimasi nel loro archivio per anni. Molti direttori si alternarono negli anni, ignari che un capolavoro albergasse nella loro scuola. In quegli anni incontrai i più svariati spartiti, dalle allegre marcette alle tristi messe, dalle dolci ninne nanne alle briose fanfare, dai noiosi esercizi di tecnica ai saccenti manuali di solfeggio. Ognuno di loro aveva un po’ del compositore imprigionato dentro. Un giorno una fanfara per violino mi raccontò la sua storia.

« Io sono il frutto di un lungo e faticoso lavoro. » iniziò, smarrendosi nei meandri dei ricordi. « Il mio compositore, Jorge, uno spagnolo amante della musica, non aveva molto talento lo ammetto. Credo che fossi il suo unico “pezzo buono” in mezzo a quelle note sistemate apparentemente a casaccio. Per quanto si impegnasse non era mai riuscito a scrivere nulla che gli permettesse di vivere dignitosamente. La vita dei  musicisti è così triste, se riesci a sfondare riesci a malapena a mantenerti, figuriamoci quando non sei nessuno. » La fanfara fece una breve pausa, ricordando il giorno in cui venne al mondo. « Era sul punto di tornare dal padre quando Jorge fu fulminato da un’idea. Immediatamente prese il suo violino e cominciò a suonare. Ripeté il motivetto finché non lo perfezionò e su quegli accordi nacqui io. Per un periodo abbi molto successo, ma la vita si sa, non è mai giusta. Essendosi indebitato molto, Jorge fu costretto a vendere i miei diritti e da allora sono finito qui, in questo luogo in cui armonia e melodia non sono di casa. »

« Che ne è stato di Jorge il compositore? » chiesi io incuriosito.

« Tornò dal padre e cominciò a lavorare nell’azienda di famiglia. Credo abbia trascorso li tutto il resto della vita. Non te lo so dire con certezza. »

« È davvero una bella storia, chissà se un giorno le persone si ricorderanno di noi.»

« O ma le persone ci ricordano eccome! Solo perché noi, i testi originali, siamo rinchiusi qui non è detto che la nostra musica non circoli. »

« Cosa vuoi dire? »

« Anche rimanendo qui noi, la musica che ci portiamo addosso viene trascritta e portata in giro per il mondo. È questo che ci ha impedito di diventare pazzi. Guarda quel metodo di tecnica pianistica, non ricorda né la sua identità né tanto meno la sua storia. Ciò avviene quando veniamo dimenticati, quando la nostra musica viene dimenticata, in un certo senso scompariamo. »

« Come si fa a non farsi dimenticare? » chiesi angosciato, volgendo lo sguardo verso quel mucchietto tremante di fogli ammassati in un angolo.

« Tutto sta negli uomini e, in parte, nella bravura del compositore e dell’interprete. La musica fa sognare e gli uomini non possono fare a meno dei sogni. »

Quel dialogo rimarrà sempre dentro di me, anche dopo che la fanfara per violino fu presa e portata via per sempre da quello scaffale. Tempo dopo venni a sapere che aveva girato le più grandi orchestre dove i migliori violinisti ne avevano apprezzato il suono e il ritmo. Ci rincontrammo proprio in uno di questi teatri, pianista e violinista erano seduti al piccolo bar del teatro, e lì tra la gioia di entrambi ci raccontammo le nostre avventure, i nostri successi e le nostre guff.

Quando la fanfara ci lasciò credetti che sarei rimasto su quello scaffale buio in compagnia di strumenti e spartiti che ogni giorno che passava dimenticavano chi fossero. Poi un giorno qualcuno venne a svuotare la cantina e, trovando molte partiture ottime, cominciò a farle eseguire ai suoi studenti. La persona che ci aveva ridato la luce era la nuova direttrice della scuola di musica. Era una donna giovane e piena di vita. Prima ancora di sistemare la sua scrivania aveva fatto svuotare la cantina e rimettere a nuovo ogni singolo strumento che vi si trovava. Era bello tornare a respirare aria pulita.

Molti degli spartiti che avevamo dato per dispersi riacquistarono la ragione e il senno. Scoprii di avere molte cose in comune con tanti di loro, infatti alcuni avevano conosciuto il mio compositore quando studiava. Il metodo di solfeggio subito riacquistò la notorietà di cui godeva prima di essere archiviato in cantina e aveva anche ritrovato tutta la sua saccenza, del tutto immune al tempo trascorso nella pazzia.

È grazie a quella donna che ora mi trovo qui, al culmine del successo. La reputo una vittoria di tutti, mia, del mio compositore, della fanfara per violino, dei miei fratelli, incontrati dopo tanti anni di separazione.

Ma sopratutto è una tua vittoria, tu che hai voluto ascoltare la mia storia e che ora sei qui ad ascoltare la musica da cui sono nato.

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Autore: Giulia

Sono una ragazza talmente tanto poliedrica da essere difficile persino per me definirmi in qualche modo. Per ora posso dire di essere una persona pignola e criticona :) Spero però nel senso buono!

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